Foto di sala 1

Questa ampia sala ospita le opere degli artisti bolognesi ed emiliani dei secoli XIII e XIV: da Vitale da Bologna (documentato dal 1330 - morto ante 1361) che caratterizza con la forza espressiva delle proprie immagini l’arte emiliana del Trecento, quasi contrapponendola alla misura delle coeve produzioni della vicina Toscana, allo Pseudo Jacopino, pittore bolognese attivo tra il 1320 e il 1330, il cui stile fortemente narrativo rompe l’astrattezza consueta delle raffigurazioni religiose.

Il percorso espositivo ha il suo significativo inizio con il Crocifisso proveniente dalla chiesa di Santa Maria del Borgo, opera attribuita ad un ignoto artista vicino a Giunta Pisano; prosegue con il San Giorgio e il Drago di Vitale da Bologna, e si sviluppa attraverso altre opere dello stesso artista fino al polittico con la Dormitio Virginis e al polittico con la Presentazione al Tempio dello Pseudo Jacopino.

foto di sala 2

In questa sala sono esposte opere dei maestri attivi nella seconda metà del secolo XIV quando l’espressività gotica si decanta in un linguaggio meno estremo.

Oltre ad alcune opere di Simone de’ Crocefissi e Jacopo di Paolo, autore del monumentale altare ligneo della Cappella della famiglia Bolognini in San Petronio, troviamo l’importante Crocifisso di Giovanni da Modena, artefice nella stessa cappella del grande ciclo affrescato, in cui spiccano le Storie dei Magi e il Giudizio (entrambe ancora in loco).

A quest’ultima scena si richiama la tavola qui esposta con il Paradiso e l’Inferno, forse eseguito da un miniatore vicino allo stesso Giovanni.

foto di sala 3

In questa sala sono esposte importantissime testimonianze dell’arte non bolognese.

Protagonista è il polittico eseguito da Giotto per la chiesa di Santa Maria degli Angeli: unica opera firmata del maestro fiorentino a Bologna, in genere datata al 1330 circa.

Accanto a quest’opera si trovano altre presenze umbro-toscane come il Crocifisso dello spoletino Rinaldo di Ranuccio, firmato e datato 1265, l’Ultima Cena del senese Andrea di Bartolo, un’interessante tavoletta attribuita all’anonimo fiorentino detto Maestro della Misericordia che, nel secondo Trecento, si aggiorna sui modi dei maestri grotteschi e una Madonna col Bambino del tardogotico fiorentino Lorenzo Monaco.

foto sala 4

Si tratta della prima delle due salette dedicate all’ultima fase del gotico che a Bologna viene a coincidere con la posa della prima pietra della Chiesa di San Petronio (1390).

L’arco cronologico delle opere esposte copre la prima metà del XV secolo, dal Sant’Antonio Abate di Giovanni Martorelli al San Bernardino tra storie della sua vita di Giovanni da Modena, databile al 1451.

S’incontra qui la prima pittura muraria esposta in Pinacoteca, una Madonna col Bambino tra angeli musicanti, proveniente da una delle arche esterne del portico laterale della chiesa di San Giacomo.

immagine sala 5

La seconda saletta dedicata al tardo gotico è caratterizzata dalla presenza di tre crocifissi collocati sulla parete sinistra.

Al momento più alto dell’opera di Michele di Matteo – tra 1430 e 1435 – appartiene il primo dei Crocifissi, eseguito forse per San Francesco, al cui modello si collega il Crocifisso successivo, più tardo e monumentale.

Il terzo Crocifisso, che conclude la serie, è attribuito a Giovanni Martorelli.

Tra i Crocefissi, troviamo alcune tavole: San Giovanni Battista e San Girolamo, attribuite a Giacomo di Nicola, dal Duomo di Recanati (1433), la Madonna dell’Umiltà, forse del fiorentino Maestro di Montefloscoli (1425 - 1430) e un Sant’Ubaldo di scuola marchigiana.

Due dipinti: il trittico per San Girolamo di Miramonte e la Madonna in trono col Bambino tra santi, testimoniano invece l’attività tarda di un altro protagonista del tardogotico a Bologna e del cantiere petroniano Pietro di Giovanni Lianori.

foto di sala 6

In questa sala si trovano importanti frammenti ad affresco della migliore scuola trecentesca, di cui si sono già incontrate delle opere su tavola e su tela.

Di quello stimolante periodo restano solo sparse sopravvivenze ed è difficile definirne compiutamente il reale itinerario storico.

A destra della porta, due frammenti con Storie di Cristo e di San Francesco, ascrivibili a Francesco da Rimini, sono traccia del momento formativo della scuola bolognese, tra gli anni venti e trenta del XIV secolo.

Accanto ad essi si trova La Madonna del Ricamo di Vitale da Bologna, mentre sulla parete di fondo è esposto il Cenacolo, dipinto da Vitale per la chiesa di San Francesco.

Una grande composizione, San Giacomo alla battaglia di Clavjio , riferita allo Pseudo Jacopino, occupa la parete destra.

foto di sala 7

La sala contiene le Sinopie, disegni preparatori in terra o carbone tracciati sull’arriccio, relative agli affreschi  della chiesa di Santa Maria a Mezzaratta.

Le Sinopie furono distaccate dalle pareti della Chiesa successivamente allo strappo degli affreschi che ora sono esposti nella sala 8 della Pinacoteca.

foto di sala 8

Questa sala contiene parte del grande complesso di affreschi della chiesa di Santa Maria di Mezzaratta ,uno dei testi fondamentali per la storia della pittura bolognese, distaccati a partire dai primi anni cinquanta e qui ricomposti secondo la struttura architettonica originale.

Il ciclo, descritto con attenzione anche dal Vasari, fu iniziato da Vitale da Bologna che decorò la parete d’ingresso con l’Annunciazione, il Presepe e il Sogno della Vergine nei primi anni quaranta del trecento.

Gli affreschi proseguirono lungo le pareti, secondo una scansione iconografica ormai tradizionale, da un lato con le storie del Vecchio testamento (di Giuseppe, di Mosè, più altre perdute) e dall'altro con storie di Cristo, per mano dei diretti continuatori di Vitale come Simone, il primo ‘Jacobus, il maestro del Pozzo e il Maestro dell’Adultera, e poi con l’intervento di Jacopo Avanzi e di Jacopo di Paolo, artisti della seconda generazione vitalesca. Un terzo registro in basso raffigurava, a giudizio delle fonti, Storie della Passione, attribuite al quattrocentista ferrarese Galasso (ne resta qualche frammento sulla parete d'origine).

foto di stanza 9

Il percorso rinascimentale prende avvio in questa sala dal grande Polittico firmato nel 1450 dai pittori muranesi Antonio e Bartolomeo Vivarini, esponenti di spicco della pittura lagunare.

Al primo di essi si deve anche Gesù Cristo che sporge dal sepolcro, una delle più interessanti testimonianze della presenza vivarinesca in Emilia.

Sulla stessa parete, alla sinistra dell’entrata, è da ricordare la Madonna con il Bambino di Cima da Conegliano, mentre completa la sala, montato su un perno, stendardo processionale di Niccolò Alunno raffigurante da un lato Madonna col Bambino e Santi e dall’altro Annunciazione datato 1482.

foto di sala 10

Con questa sala si entra nel vivo della produzione artistica del primo Rinascimento bolognese con la Madonna col Bambino in trono fra i Santi Petronio e Giovanni Evangelista adorata dal committente Alberto Cattani detta Pala dei Mercanti, (1474) di Francesco del Cossa, che occupa l’intera parete destra.

Di fronte sono esposte una piccola tavola con San Michele Arcangelo di Ercole de’ Roberti e, sempre dello stesso artista, il prezioso frammento raffigurante Maria Maddalena piangente, unico brano superstite della famosa decorazione della Cappella Garganelli in San Pietro, iniziata dal Cossa ed ultimata da Ercole (1479-1483), poi distrutta alla fine del Cinquecento.

foto di sala 11

Questa vasta sala ospita alcune tra le più significative opere del ferrarese Lorenzo Costa, provenienti quasi tutte da chiese bolognesi: la Madonna col Bambino in trono tra i santi Petronio e Tecla, detta Pala di Santa Tecla, già nella chiesa omonima, una tra le sue prime esperienze di classicismo e il San Petronio tra i santi Francesco e Domenico, dalla chiesa dell’Annunziata.

È qui esposta anche l’Assunta dall’abbazia di Monteveglio, una tempera su tela dei primi anni novanta.

Nella sala troviamo anche un dipinto del ferrarese Sebastiano Manieri raffigurante  San Sebastiano, il ritratto del Baruffino di Giovan Francesco Maineri e un dipinto legato all’ambito dei Lendinara.

foto di sala 12

La saletta, e la grande sala successiva, ospitano alcune fra le opere più significative di Francesco Francia, affascinante e perfetto interprete del soave Umanesimo della Bologna bentivolesca, a partire dalla ancora quattrocentesca Pala Felicini del 1494 fino all’apertura verso soluzioni spaziali cinquecentesche dell’Annunciazione (1500), attraverso il progressivo alleggerirsi della struttura architettonica nelle pale provenienti dalla chiesa della Misericordia: Pala Scappi, Pala Bentivoglio e Pala dei Manzuoli.

Sempre del Francia, sulla parete di sinistra, sono da ammirare la bella predella con la Visione di Sant’Agostino e il Cristo morto sorretto da angeli, in origine cimasa della Madonna col Bambino in trono, i Santi Agostino, Francesco, Procolo, Monica, Giovanni Battista, Sebastiano, il donatore Felicini e un Angelo musicante detta Pala Felicini.

foto di sala 13

Questa sala ospita alcune fra le opere più significative di Francesco Francia, affascinante e perfetto interprete del soave Umanesimo della Bologna bentivolesca, a partire dalla ancora quattrocentesca Pala Felicini del 1494 fino all’apertura verso soluzioni spaziali cinquecentesche dell’Annunciazione (1500), attraverso il progressivo alleggerirsi della struttura architettonica nelle pale provenienti dalla chiesa della Misericordia: Pala Scappi, Pala Bentivoglio e Pala dei Manzuoli.

Sempre del Francia, sulla parete di sinistra, sono da ammirare la bella predella con la Visione di Sant’Agostino e il Cristo morto sorretto da angeli, in origine cimasa della Madonna col Bambino in trono, i Santi Agostino, Francesco, Procolo, Monica, Giovanni Battista, Sebastiano, il donatore Felicini e un Angelo musicante detta Pala Feliciti.

foto di sala 14

La saletta documenta l’attività di Amico Aspertini, figura che diverge dal classicismo reinterpretando in chiave personalissima la grafica tedesca e l’antico.

Sono qui esposte l’Adorazione dei Magi realizzata per la chiesa di Santa Maria Maddalena – dipinta dopo il soggiorno romano (1500-1503) – e, soprattutto, la Madonna col Bambino in trono, i Santi Giovanni Battista, Girolamo, Francesco, Giorgio, Sebastiano, Eustachio e due committenti, ovvero la famosa Pala del Tirocinio.

Nella stessa sala alcune opere, come il San Cristoforo ed il San Giovanni Battista di Giacomo Francia, indicano quale sarà lo sviluppo della scuola bolognese dopo la definitiva instaurazione dello Stato pontificio.

foto di sala 15

La grande sala è incentrata su due pale che, entrambe eseguite per la chiesa di San Giovanni in Monte a Bologna, uno dei luoghi preferiti dalla nuova committenza di primo cinquecento, ebbero larga suggestione sulla pittura dei decenni successivi: la Madonna col Bambino in gloria e i Santi Giovanni Evangelista, Apollonia, Caterina d'Alessandria e Michele Arcangelo del Perugino e l’Estasi di Santa Cecilia di Raffaello.

Insieme ai due grandi capolavori del classicismo rinascimentale centro-italiano, troviamo poi altre opere, legate alla cultura classica toscana e più particolarmente fiorentina di primo Cinquecento, con cui i rappresentanti della «nuova» arte bolognese nei primi decenni del nuovo secolo interagiranno più o meno direttamente.

foto di sala 16

In questa sala si possono ammirare due piccoli dipinti di scuola ferrarese: la Sacra Famiglia di Benvenuto Tisi detto il Garofalo e la Madonna col Bambino in gloria e angeli di Giovan Battista Benvenuti detto l’Ortolano.

Di fronte a questi sono esposte alcune interessanti opere di Innocenzo Francucci da Imola, uno dei più noti classicisti romagnoli e di Giacomo Francia, figlio del più conosciuto Francesco, che rivelano, nella palese rivisitazione dei modelli raffaelleschi, la profonda adesione degli artisti locali al classicismo romano importato con la Pala di Santa Cecilia.

Foto di sala 18

La saletta è principalmente dedicata alla Madonna col Bambino e i Santi Margherita, Girolamo e Petronio (1529) del Parmigianino, un’opera dove si coniugano in una mirabile sintesi l’eleganza formale e l’ambiguità espressiva della “maniera”.

Di Girolamo da Cotignola, ricordato con i suoi coetanei «bolognesi» in San Michele in Bosco e nei diversi cantieri aperti in Bologna in quei fervidi decenni iniziali del Cinquecento sono esposte la Madonna col Bambino, san Giovannino e i santi Francesco e Bernardino, in cui si incontrano ancora una volta elementi raffaelleschi, veneti e bolognesi, e la grande pala con lo Sposalizio della Vergine, corredata dalla propria predella (con Sogno di San Giuseppe. Natività di Cristo. Fuga in Egitto), dove raffaellismo, memorie centro-italiane e cultura bolognese si uniscono a raggiungere uno dei più complessi e studiati risultati della sua attività.

Foto di sala 19

In questa sala si trovano due tavole di Giovanni Battista Ramenghi, anche lui nativo di Bagnacavallo, e pertanto noto come Bagnacavallo il Giovane, per distinguerlo da Bartolomeo: una Sacra Conversazione (Madonna col Bambino in trono e i Santi Giovanni Evangelista, Giovanni Battista, Francesco, Chiara, Maria Maddalena e Caterina) e lo Sposalizio mistico di Santa Caterina

Quest’ultimo è stato a lungo ascritto al Tibaldi, una delle figure più rappresentative del maturo manierismo emiliano, qui presente con l’ affresco raffigurante Cristo e i farisei.

Chiude la sala la preziosa Ultima cena, opera giovanile di El Greco.

Foto di sala 20

La sala, che chiude il percorso rinascimentale, presenta interessanti esempi di pittura veneta come il Compianto su Cristo morto del pittore padovano Domenico Campagnola, la Visitazione del Tintoretto, opera importante per l’educazione estetica dei Carracci, e Gesù crocifisso con il buon ladrone, opera tarda di Tiziano.

L’ Adorazione dei pastori dipinta per Bologna dal genovese Luca Cambiaso, è segno ulteriore dei numerosi passaggi e scambi, nonché degli stimolanti confronti che crearono le basi per lo sviluppo delle nuove, diversamente indirizzate, esperienze bolognesi.

Foto di sala 21

La piccola sala è interamente dedicata agli affreschi realizzati da Niccolò dell’Abate per palazzo Torfanini in via Galliera a Bologna.

Staccati dalle pareti di una sala per ragioni conservative negli anni sessanta, rappresentano episodi dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, uno dei poemi cavallereschi che meglio avevano espresso la cultura e i gusti della corte estense.

Di solito la decorazione degli edifici privati era costituita soprattutto da fregi, che occupavano la parte alta delle pareti, lasciando libera la zona inferiore per gli elementi d’arredo.

In questo caso Niccolò lavorò «a tutto campo», aprendo gli spazi parietali sulla storia e sulla natura.

Il racconto assume dimensione fiabesca nella resa dei costumi e dei paesaggi e delle scene di battaglia, a metà tra l’interesse per il «particolare» contemporaneo e il gusto d’Oriente.

Immagini di una elegante favola cavalleresca, che si spiega sulle pareti come su frontespizi di libro, distaccandosi dalla più tradizionale soluzione decorativa bolognese a fregio continuo.

"Grazia" parmense (Parmigianino) ed echi delle anatomie michelangiolesche sono calati in un mondo formale equamente ripartito fra il polo fantastico e quello naturalizzante (Dosso e Correggio ne sono le principali matrici) con la fondamentale impronta del più nobile classicismo raffaellesco emiliano (Girolamo da Carpi, Girolamo da Treviso).

Foto di sala 22

In questa sala sono esposte le opere che, realizzate nella seconda metà del Cinquecento, precedono o sono contemporanee alla rivoluzione naturalista dei Carracci, e mantengono nella loro composizione una stretta osservanza ai canoni stilistici del Manierismo.

Tra i vari artisti presenti si trovano Giorgio Vasari, Camillo Procaccini, Prospero Fontana e Bartolomeo Passerotti, importante interprete della seconda maniera bolognese, in cui la tradizionale propensione verso il naturalismo corregge gli schemi fortemente concettuali del periodo.

E’ affidato alla severità compositiva e devozionale delle opere di Bartolomeo Cesi il compito di fare da tramite con il salone dedicato ai Carracci.

Foto di sala 23

Questa vasta sala ospita alcuni dei più importanti capolavori di Ludovico (1555-1619), Annibale (1560-1609) e Agostino Carracci (1557-1602), fondatori negli anni ‘80 del Cinquecento dell’Accademia degli Incamminati.

Una scuola / bottega intesa quale luogo dove le nuove idee artistiche dei tre cugini, maturate unendo all’esercizio dal vero lo studio dei maestri del cinquecento (Correggio, Tiziano e Veronese), potessero essere praticate ed insegnate ai giovani allievi.

L’intento era quello di riformare la pittura ritornando al “naturale”.

Di Ludovico, grande interprete sia dell’alta spiritualità della Controriforma che della semplicità del quotidiano, si possono ammirare alcune delle opere che segnano i punti più significativi della sua carriera come l’Annunciazione e la Predica del Battista.

Scarsa numericamente è invece la presenza di dipinti di Annibale che lasciò Bologna nel 1595, chiamato a Roma dal Cardinale Odoardo Farnese per lavorare agli affreschi del Camerino e della Galleria del suo Palazzo.

Concludono il percorso di questa sala le uniche due opere presenti di Agostino, colto teorico dell’Accademia e più noto come incisore: l’Assunzione della Vergine e la Comunione di San Girolamo.

Foto di sala 25

Nella prima delle sale di questo corridoio sono presenti capolavori di artisti allievi dell’Accademia degli Incamminati.

Tra queste, il Compianto su Cristo morto (1617), uno degli esiti compositivi più felici di Alessandro Tiarini, il Figliuol prodigo di Lucio Massari, e ancora del Tiarini lo Sposalizio mistico di Santa Caterina nonché la pala di Giacomo Cavedoni (Madonna col Bambino in gloria e i Santi Alò e Petronio).

Prima di uscire dalla sala si ammira la bella Annunciazione di Pietro Faccini, opera dalla ricca cromia e dal ritmo elegante.

Foto di sala 26

Questa sala presenta una panoramica sull’arte di Giovan Francesco Barbieri detto il Guercino, universalmente riconosciuto e apprezzato come uno dei massimi esponenti del seicento bolognese.

Sono qui esposti alcuni importanti dipinti tra i quali riveste un ruolo preminente il San Guglielmo d'Aquitania che riceve l'abito religioso da San Felice Vescovo (Vestizione di San Guglielmo), capolavoro giovanile realizzato nel 1620 per la chiesa di San Gregorio.

La sua ricca scuola, attiva per diverse generazioni, viene illustrata in modo significativo da un Ritratto attribuito a Benedetto Gennari, parente stretto e seguace del maestro.

Da segnalare è la presenza della Madonna col Bambino e San Giovannino e di Sant’Antonio da Padova in adorazione del Bambino di Elisabetta Sirani conosciuta interprete femminile del classicismo reniano.

Compaiono inoltre opere di Simone Cantarini, Giovanni Lanfranco e il Martirio di San Pietro da Verona (1619-1621) del Domenichino, derivata dal celebre dipinto di Tiziano andato distrutto nel 1867.

Foto di sala 27

Questa sala mostra come l’arte allo scadere del Seicento e durante i primi decenni del Settecento proseguisse senza sensibili scosse lungo le direzioni già indicate dai grandi maestri del secolo trascorso.

Ne sono esempio le opere di Lorenzo Pasinelli, (come lo Svenimento di Giulia), e di Giovan Gioseffo dal Sole, grande decoratore e mediatore tra le due generazioni pittoriche di passaggio tra Sei e Settecento, con il suo virtuosismo nelle grandi opere monumentali.

Alla stessa generazione appartiene Domenico Maria Canuti, tipico rappresentante del migliore barocco bolognese, attivo soprattutto nei grandi scenografici cantieri aperti in chiese e palazzi, tra cui palazzo Pepoli.

Protagonista del nuovo secolo è Donato Creti, qui rappresentato da varie importanti composizioni.

Foto di sala 29

Il salone ottagonale dedicato alla memoria di Cesare Gnudi (1910-1981) ospita attività didattica e di formazione (concerti, colloqui e conferenze) della Pinacoteca.

Alle pareti sono esposti alcuni grandi formati che riportano al momento più rappresentativo e noto della vicenda artistica bolognese, quello seicentesco.

Ritroviamo Ludovico Carracci con la sua Nascita del Battista; il Domenichino con la Madonna del Rosario e la pala con il Martirio di sant’Agnese; Alessandro Albani, autore del Battesimo di Cristo; il Guercino, con San Bruno in adorazione della Madonna col Bambino in gloria.

Inoltre due opere di artisti non altrimenti rappresentati nell’attuale percorso della Pinacoteca: Carlo Cignani, esponente della prima generazione postcarraccesca e Lionello Spada.

Quest’ultimo era un pittore incamminato della prima ora, attivo nei cantieri bolognesi accanto a Ludovico.

La sua monumentale tela con Abramo e Melchisedech ben si collega al gusto degli artisti bolognesi tra fine Cinquecento e primi decenni del secolo successivo.

Foto di sala 30

Viene definito come sala quello che in realtà è il corridoio di raccordo tra la sala di Guido Reni e l’aula didattica, sul quale si affacciano le sale dalla 25 alla 28.

Usato da sempre come spazio espositivo, espone in sequenza cronologica opere non di grande formato ma di notevole importanza.

Legato intimamente alle sale adiacenti questo spazio può essere visitato in modo autonomo, dal momento che vi sono rappresentati gli artisti più significativi dell’arte bolognese dei secoli XVII e XVIII come il Domenichino, il Guercino, Francesco Albani, Lorenzo Pasinelli, Giovanni Antonio Burrini, Marco Antonio Franceschini, Donato Creti e Vittorio Maria Bigari.

Foto di sala 17

La sala è dedicata ad opere di ambiente cinquecentesco emiliano-romagnolo.

Si incontra la Madonna con il Bambino e San Giovannino fra i Santi Sebastiano, Bernardino, Francesco e Giorgio di Giacomo e Giulio Francia, figli di Francesco e sulla parete opposta si trovano esposte la Deposizione, uno dei capolavori di Nicolò Pisano, artista toscano attivo a Ferrara, e la piccola Adorazione dei pastori dì Ludovico Mazzolino.

Foto di sala 24

Questo grande salone ospita gli stupendi dipinti di Guido Reni (1575-1642), massimo esponente dell’ideale classico seicentesco.

Fu affidato, ancora bambino, agli insegnamenti del pittore fiammingo Denys Calvaert, del quale fu discepolo per dieci anni raggiungendo presto un ruolo di rilievo all’interno della bottega.

Nel 1594 Guido lasciò Calvaert per  entrare a far parte dell’Accademia degli Incamminati, dove il suo straordinario talento lo rese dapprima apprezzato assistente di Ludovico Carracci, e in seguito suo rivale.

L’esecuzione dell’affresco realizzato per celebrare, nel 1598, la solenne entrata in Bologna di papa Clemente VIII Aldobrandini, decretò in maniera decisiva l’inizio di una fortunata carriera che lo condusse nel 1601 a Roma dove visse, anche se con frequenti interruzioni, fino al 1614.

Accolto nella cerchia pontificia romana, ottenne importanti committenze.

L’incontro diretto con la scultura antica, con Raffaello, e con il linguaggio classico messo in pratica a Roma da Annibale Carracci spinsero sempre di più Guido ad adottare una rappresentazione idealizzante della realtà. Questa costante tensione verso il ‘bello ideale’ accompagnò l’artista per tutta le diverse fasi della sua carriera, che si concluse con misteriose opere dalla materia diafana e quasi senza peso.

In questa sala sono esposte le opere più importanti realizzate a Bologna in un percorso che tocca tutte le fasi del percorso artistico reniano.

Foto di sala 28

Questa sala presenta alcune importanti testimonianze del Settecento bolognese.

È qui che si incontra la parte più significativa dell’opera di Giuseppe Maria Crespi.

Al suo naturalismo appartengono scene di genere come la Scena di fattoria, mentre la sua attività come pittore «di figura» è ampiamente testimoniata nel Ritratto della famiglia Troni, nell’Autoritratto o nel Ritratto di cacciatore.

All’ambiente di Giuseppe Maria Crespi si rifanno, sia pure in una versione meno accesamente naturalista e con la ricerca di effetti più retorici e teatrali, i due episodi delle Storie di Giuditta di Giuseppe Marchesi detto il Sansone.

Due Autoritratti ci tramandano invece le fattezze di padre e figlio: Gaetano e Mauro Gandolfi.

Quest’ultimo si pone come elemento di passaggio rispetto a quanto verrà prodotto nell’ambiente dell’Accademia di Belle Arti, collegata alla nuova Pinacoteca fondata nel 1803.

Di questa produzione ottocentesca la Pinacoteca conserva una discreta collezione, non esposta al pubblico, ma importante per capire le direzioni della pittura e del collezionismo ottocentesco bolognese sotto il nuovo governo papale e poi sotto lo stato nazionale italiano.

Olimpo

 

Dopo aver decorato la Sala delle Stagioni, nello stesso periodo Giuseppe Maria Crespi affresca anche il soffitto di questo ambiente che, dati i temi trattati, si ipotizza fosse una stanza matrimoniale.

Qui il processo di allontanamento dalla tradizione bolognese della quadratura, genere funzionale alle esigenze celebrative delle casate aristocratiche che combina illusionismo spaziale a trionfi sacri e mitologici, è ormai completo: l’architettura prospettica viene meno e il soffitto è interamente occupato da una grande apertura paesaggistica che si innalza dall’imposta della volta. In un paesaggio boschivo e marino, giocato su raffinate tonalità di grigio-azzurro, con un cielo che si accende di colori infuocati, Crespi raffigura gli Dei dell’Olimpo. In alto, il carro del Sole trainato da Apollo, Mercurio in volo, al centro Giove e Giunone e sotto di loro una coppia di divinità marine (forse Teti e Oceano che porge a Giove una conchiglia scaccata), Marte che si toglie l’elmo e Minerva in armatura, Amore con una fiaccola accesa e Venere che tiene in grembo il cigno araldico dei Pepoli.

Nella fascia sopra il cornicione, da sinistra, Nettuno, dio del mare, su un carro trainato da due cavalli, uno bianco e un nero, solca le onde assieme alla moglie Anfitrite, che regge un rametto di corallo beneaugurante; Diana e le sue ninfe, con i cani bianchi e neri, si riposano dopo una battuta di caccia, mentre in un angolo Plutone rapisce Proserpina per portarla negli Inferi. A destra le Tre parche (Cloto, Lachesi e Atropo), le divinità che presiedono al destino umano, rammentano che le favole mitologiche, così come la gloria terrena, sono belle ma inconsistenti, come le bolle di sapone soffiate dal bambino in secondo piano. Solitamente rappresentate vecchie e brutte, le tre dee appaiono qui come floride fanciulle, che ricordano allo spettatore la fugacità della vita umana, appesa al filo che Atropo, con sguardo beffardo, è pronta a recidere.

Alessandro

Alla morte di Ercole Pepoli, nel 1707, è Alessandro che prosegue i lavori di decorazione del palazzo e nel 1710 fa realizzare nella sala a Donato Creti l’affresco raffigurante Alessandro Magno che taglia il nodo gordiano. Qui la tradizione della quadratura si ripropone in tutta la sua forza e la scena affrescata da Creti è inserita in una esuberante architettura illusiva dipinta da Marc’Antonio Chiarini che, ampliando a dismisura il non vasto soffitto della stanza, con la sua vertiginosa successione di spazi diventa la vera protagonista della decorazione.

Come Ercole prima di lui, anche Alessandro Pepoli sceglie come soggetto un personaggio omonimo, Alessandro Magno: l’episodio raffigurato, tratto dalla storia antica, ricorda quando il condottiero macedone, allora impegnato nella guerra contro il re persiano Dario, entrò a Gordio, città dell’Asia Minore, dove era conservato il carro da guerra degli antenati di re Mida legato con un nodo che nessuno riusciva a sciogliere. Secondo una profezia, chi fosse riuscito a districarlo avrebbe conquistato l’intera Asia quindi Alessandro, senza perdere tempo a dipanare l’intreccio, lo recise con un netto colpo di spada. Il condottiero è raffigurato eretto al centro dello sfondato, davanti al carro sormontato da una statua di Giove, mentre sta per sferrare il colpo, e la sua figura spicca, enfatizzata dal rosso vivo del mantello. Nei due medaglioni dorati alla base della volta sono rappresentati gli episodi di Alessandro con il suo maestro Aristotele e Alessandro sconfigge Dario alla battaglia di Isso.

Rispetto al vivace naturalismo di Crespi, in questa sala si assiste a un vero “ritorno all’ordine”, testimoniato dalla ricomparsa dell’incorniciatura illusionistica della quadratura e dal classicismo dello stile di Creti, la cui fermezza costruttiva e il disegno raffinato e impeccabile, si contrappongono alla vitalità e naturalezza degli affreschi di Crespi.

Felsina

Odoardo muore nel 1680 e a proseguire i lavori è il nipote Ercole, senatore dal 1683 e aggregato alla nobiltà veneziana nel 1686. A questo secondo evento allude con ogni probabilità l’affresco realizzato nella sala adiacente al Salone dai fratelli Rolli che, allievi di Canuti, decorano la volta nel 1690, Giuseppe in qualità di figurista e Antonio di quadraturista. La scena raffigurata è il Trionfo di Felsina, soggetto allegorico che rimanda alla città di Bologna e al suo governo.
La giovane bionda che avanza seduta su un cocchio trainato da leoni alati di Venezia è l’Aristocrazia bolognese, mentre un putto la incorona con il corno ducale, il copricapo rosso indossato dai dogi veneziani; ai lati alcune ancelle recano i simboli del potere e dello stato, come il fascio littorio, la clava (riferimento a Ercole) e le insegne araldiche di Bologna (stendardo bianco crociato di rosso e vessillo con la scritta “Libertas”), mentre un putto è rappresentato nell’atto di spezzare le catene, simbolo della liberazione dal dominio papale a cui aspirava la nobiltà bolognese. All’epoca la città aveva un governo “misto”, era infatti retta dal Legato pontificio – rappresentante del Papa nei territori periferici dello Stato della Chiesa – e dal Senato, organo composto dai rappresentanti provenienti dalle famiglie nobili più influenti e la cui carica era ereditaria.
Al di sotto del carro, la Felicità pubblica (con la cornucopia simbolo di abbondanza e il caduceo simbolo di pace) addita a Felsina una fanciulla, che è stata variamente interpretata come Amore, per la presenza della rosa, o come la Casata dei Pepoli, a causa del cigno araldico presente sul calzare e che la giovane mostra con evidente ostentazione. Le altre figure sulla cornice, raffigurate tra cigni bianchi e aquile nere, completano il messaggio politico-celebrativo dell’affresco, alludendo alle virtù dell’aristocrazia bolognese: la Giustizia che sottomette la Forza, indicata dalla scritta “IUS” sul libro, la Generosità, che mostra una collana di pietre preziose bicolori, e la Scienza, con lo specchio, il globo e il triangolo.

CRESPI SALA DELLE STAGIONI

A differenza delle sale precedenti, che vedono la collaborazione di un pittore in qualità di figurista e di un altro in qualità di quadraturista, questo ambiente è stato affrescato da un solo artista, Giuseppe Maria Crespi, che vi lavora attorno al 1699-1700. Nel soffitto la quadratura riveste un ruolo marginale, ed è ridotta a un semplice parapetto impostato sul cornicione reale della stanza da cui si affacciano quattro figure che, dagli attributi che recano, possono essere identificate come le Stagioni. Dato il carattere fortemente popolaresco, più che personificazioni allegoriche i quattro personaggi sembrano contadini velocemente travestiti che, sporgendosi dalla balaustra dipinta, cercano di attirare l’attenzione dello spettatore.

La Primavera è coronata di mirto, con le mani colme di fiori, e ride del suo travestimento, guardando procace verso il centro della sala; l’Estate, coronata di spighe e vestita di giallo, ride anch’ella, ed è armata di uno specchio ustorio con cui sembra divertirsi ad abbagliare i visitatori; l’Autunno si tira su la veste e scopre le gambe robuste, pronto a pigiare l’uva appena raccolta, mentre l’Inverno è un povero vecchio infreddolito e intabarrato, che cerca di scaldarsi con il fuoco che i bambini, invece di ravvivare, trascurano per un gioco villano e poco conveniente.

In alto, al centro della volta, è raffigurato il Trionfo di Ercole, tema centrale della decorazione celebrativa ma che sembra passare in secondo piano, superato dalla vitalità popolaresca delle Stagioni. L’eroe in trionfo attraversa il cielo su un carro ed è scortato dalle Ore, rappresentate come leggere fanciulle con ali di libellula; in basso il Tempo, un vecchio alato con falce e clessidra, precipita, sconfitto da Ercole divenuto immortale.