Commissionato da Laudomia Gozzadini, che appare con una veste rossa seduta sulla destra, il ritratto è stato pensato come un omaggio alla famiglia, raffigurando attorno allo stesso tavolo vivi e morti (il padre Ulisse, raffigurato al centro, e la sorella Ginevra, con la veste bianca, erano infatti già morti all’epoca della realizzazione della tela). Attraverso una descrizione attenta e preziosa di abiti e gioielli, la pittrice, all’epoca molto apprezzata per le sue doti di valente ritrattista, realizza un’effige che celebra la dinastia e il suo status, ma anche i valori su cui si fonda il nucleo famigliare e che trovano il loro perno attorno al concetto di fidelitas, simboleggiata dal cagnolino accucciato sul tavolo.

È una delle tre tavole eseguite per il refettorio olivetano nel 1539.
Delle altre due resta solo il Cristo in casa di Marta, mentre quella raffigurante Due angeli ricevuti da Abramo andò dispersa in epoca post-soppressiva.
È una delle opere più gradevoli dell'artista che recupera, attraverso la grazia e l'eleganza del Salviati e di Perin del Vaga, i modi della più raffinata maniera fiorentina e romana.

La pala fu dipinta per la chiesa ora distrutta di Santa Maria degli Angeli in via Nosadella che, annessa ad un piccolo convento di clausura, fu inaugurata nel 1570.
I quadri che decoravano il suo interno furono affidati ad alcuni dei pittori bolognesi più noti al momento tra i quali Sabatini, che mostra in questa pala una capacità di controllo compositivo e spaziale mai raggiunto in altre sue opere.

Interprete bolognese - col Tibaldi, il Sabatini e il Fontana - della "maniera" tosco-romana, ne offre la versione più "vasariana" nella sintesi di richiami all'arte di Michelangelo e di Raffaello.
Nelle sue opere resta un'impronta prevalentemente toscaneggiante anche dopo il diretto approccio all'arte del Correggio nel corso del soggiorno parmense, iniziato nel 1570.
Questa pala fu probabilmente dipinta intorno alla metà degli anni settanta, dopo il ritorno a Bologna dell'artista.

Si tratta della tavola centrale delle tre eseguite da Vasari durante il suo soggiorno bolognese del 1539-1540, nell'ambito dei lavori per i padri olivetani di San Michele in Bosco.
La Cena di Papa Gregorio è esposta in Pinacoteca mentre Abramo nella valle di Mambro è dispersa.
Forte è qui l'interesse per l'ambientazione architettonica costruita in moda da aumentare illusoriamente lo spazio del refettorio.

Si tratta di una fra le opere più interessanti del manierismo bolognese collocabile nella fase giovanile del maestro.Vi si leggono con facilità  le fonti culturali alle quali egli si ispira, da Correggio a Barocci, non tralasciando suggerimenti tratti da Lelio Orsi e Nicolò dell'Abate.