Opera databile al 1596 circa, costituisce un chiaro esempio di come la pittura di Ludovico si orientò, negli ultimi quindici anni del Cinquecento, verso un luminismo che, senza mai coincidere con quello di Caravaggio, arriva ad esprimere intensi contenuti drammatici pervasi da un forte pathos naturalistico.

Datato 1592, il dipinto presenta precise desunzioni da Tintoretto, da Tiziano, da Veronese.
La scena si fa ampia e grandiosa, le forme si intrecciano, i colori si mescolano ribadendo la matrice veneziana dei modelli.

Esposto nel 1993 alla mostra monografica dedicata all'artista è con probabilità identificabile come il rame citato in casa Sampieri.
Diverse sono le versioni di questo soggetto realizzate da Ludovico che in questo caso usa una pennellata veloce soprattutto per delineare i particolari.
Si può datare intorno al 1585 per la somiglianza nei volti con alcune raffigurazioni di Palazzo Fava a Bologna.

Eseguito intorno al 1591-1592 per la chiesa della Certosa di Bologna, dove era collocato di fronte alla Predica del Battista di Ludovico Carracci, questo dipinto divenne ben presto grazie alla elaborata composizione il simbolo della scuola carraccesca e godette di una grande fortuna sia nella tradizione critica che presso gli artisti.

Si tratta di un abbozzo condotto su carta con una pennellata liquida che non definisce i particolari.
La rappresentazione naturalista, ma già  avviata verso le forme più controllate del classicismo ancora da venire, suggerisce una datazione intorno al 1590.

Fu commissionata a Ludovico da Emilio Zambeccari per la cappella di famiglia in San Francesco e l'artista si impegnò a eseguirla in sei mesi a partire dall'agosto del 1587.
Si tratta di un'opera eccezionale, nella quale Ludovico crea uno spazio che è già  compiutamente barocco, donandoci un risultato di straordinaria intensità drammatica.