Assieme alla Fortezza (inv. 928), attualmente conservata nei depositi della Pinacoteca, la Giustizia è una delle sei Virtù affrescate da Guido Reni all’interno dell’appartamento del Gonfaloniere in Palazzo Pubblico a Bologna: nella loro sede originale, le figure allegoriche erano raffigurate a coppie, laterali a tre porte sormontate dai busti dei tre papi bolognesi Pio V, Gregorio XIII e Innocenzo IX. Definite da Malvasia nel 1678 “tanto tenere e pastose”, sono da ascriversi all’attività giovanile del pittore, quando fu chiamato a collaborare alla realizzazione degli apparati effimeri allestiti in occasione dell’ingresso trionfale di Clemente VIII a Bologna, dopo la conquista di Ferrara.

Il dipinto faceva parte della ricca collezione del Cardinale Giovan Carlo de' Medici che, dopo la morte di questi, venne interamente alienata dal fratello, il Granduca Ferdinando II.
L'opera, ascrivibile alla fase ultima del percorso di Guido intorno al 1635 -1636, rappresenta una Sibilla senza alcun riferimento al suo ruolo se non il turbante ed il gesto delle mani, che sembra accompagnare un eloquio.

Questo dipinto, proveniente dalla collezione del pittore francese Pierre Puvis de Chavanne, presenta un soggetto più volte replicato da Guido Reni.
Il Cristo è rappresentato nel momento dell'oltraggio con una intensa idealizzazione.

Si tratta dell'unico  grande frammento conosciuto delle 'Nozze di Bacco e Arianna' che Guido Reni dipinse negli anni 1638- 1640 su commissione del Cardinale Barberini, ma destinato a Henrietta Maria di Borbone moglie del re d'Inghilterra Carlo I Stuart .
Il dipinto, eseguito a Bologna, fu inviato a Roma per la spedizione alla regina, ma i drammatici fatti politici  che precedettero decapitazione di Carlo I  ne impedironono l'invio in Inghilterra.
Nel 1647 finalmente la grande tela giunse a destinazione presso Henrietta, che la vendette un anno dopo per sanare i propri debiti.
Entrata nella raccolta di Michel Particelli d'Hemery, alla sua morte secondo autorevoli fonti dell'epoca, venne fatta ridurre in pezzi dalla vedova scandalizzata dalla presenza di figure nude.
La figura di Arianna risulta scontornata con una precisione inconsueta per una 'distruzione', è quindi probabile che il dipinto  sia stato invece scomposto con metodo per essere poi più facilmente venduto.

Il piccolo rame appartiene ad un gruppo di piccole ed eleganti composizioni giovanili dipinte dall'artista a Roma intorno al 1605.
L'episodio rappresenta San Francesco che in meditazione sul Monte Alverna viene visitato da un angelo musicante che lo induce ad un sonno estatico.

Nato come sovracamino per una sala del Palazzo del Conte Zambeccari, già  nel 1644 fu posto in vendita. Vent'anni dopo fu acquistato dal cardinal Boncompagni, arcivescovo di Bologna, che lo legò per testamento al Senato della città.
Vi è rappresentato il momento in cui Sansone, dopo aver chiesto a Dio di placare la propria sete, beve dalla mascella dell'asino con la quale ha sconfitto i Filistei.